24 Luglio 2021

Dal rito collettivo degli inginocchiamenti ai diritti LGBTQ

04-07-2021 17:03 - Il PUNTO DI....Domenico Bonvegna.
Insomma, il dibattito politico sugli “inginocchiamenti anti-razzisti” nello sport irrompe sui campi di calcio, ma non solo. È di ieri la notizia che anche la nazionale di Basket italiana si è inginocchiata nella gara contro il Portorico. Paradossalmente il “mondo del calcio già con la valigia pronta per i Mondiali nel regime islamista del Qatar sale in cattedra per spiegarci cosa sono la fratellanza, l’uguaglianza e la tolleranza. Ebbene, si chiede a gran voce che tutti si inginocchino contro il razzismo. Ma di quale “razzismo” stiamo parlando?” (Marco Faraci, Dal “razzismo” ai diritti Lgbt: la nuova sinistra vuole dominare il discorso pubblico, 29.6.21, atlanticoquotidiano.it). Certo il mondo è pieno di razzismi, in tanti paesi esistono minoranze come gli Uiguri, Yazidi, tutti i cristiani nei Paesi a maggioranza islamica, oggetto di discriminazioni, ma nessuno pensa di inginocchiarsi per loro.

Per chi vuol vedere, tutta questa scena degli inginocchiamenti, si è ridotta a una farsa pavloniana per colpevolizzare sistematicamente l’uomo bianco occidentale, colpevole di tutti i misfatti della storia. Peraltro, pare che l’Onu si inventi la “tassa” sul razzismo per l’Occidente. Infatti, l'Alto Commissario per i Diritti Umani, Michelle Bachelet, presenta un Rapporto in cui si denuncia il razzismo sistemico di Europa e America, figlio di secoli di colonialismo e tratta degli schiavi. E chiede che sia pagato un congruo risarcimento agli africani.

Che cosa potrebbe accadere se tutti si mettessero ad imitare il gesto ipocrita degli sportivi di questi giorni? Immaginate se in certi contesti professionali si mettessero a fare prediche politiche di fronte ai clienti. Per esempio, al supermercato, dall’elettrauto, in una qualsiasi riunione di lavoro. “Un atteggiamento del genere sarebbe immediatamente considerato non professionale, molesto ed inopportuno e, se messo in atto, avrebbe prevedibili conseguenze”.

Inoltre, cosa accadrebbe se nel momento dell’inginocchiamento dei giocatori “contro il razzismo”, ad altri in contemporanea venisse in mente di manifestare per altre cause? “Che cosa diventerebbe il calcio se cinque giocatori mettessero su un picchetto anti-tasse, se i panchinari inscenassero una manifestazione contro l’aborto, se i guardalinee si mettessero a sbandierare per i diritti degli animali e se i due portieri lasciassero le porte in segno di protesta contro l’immigrazione clandestina? […]Che ogni campo di calcio diventasse un confuso Speakers’ Corner dove i nostri beniamini che paghiamo per tirare calci a una palla si premurassero di farci sapere cosa ne pensano su questo o quel tema di attualità?”.

Naturalmente chi sostiene questa campagna mediatica dell’inginocchiamento nello sport non contempla che questa manifestazione assuma connotati “pluralisti”.

“Per i progressisti sono evidentemente solo le cause da loro selezionate quelle che di volta in volta devono entrare negli stadi – e tutto sarà fatto affinché la pressione sugli atleti sia tale che risulti evidentemente sconveniente e imbarazzante non adeguarsi al rito collettivo. In altre parole, il concetto è che gli inginocchiamenti debbano essere “spontanei” più o meno tanto quanto lo furono i saluti romani che gli atleti di tante nazioni tributarono a Hitler alle Olimpiadi di Berlino”.

Ecco perché le immagini televisive devono essere “perfette”, opportunatamente filtrate da qualsiasi forma di dissenso, anche ricorrendo a “tecniche” che farebbero gridare alla “dittatura” se messe in atto da altri. Sembra che ai gestori dello stadio Wembley sia stato chiesto di mettere la musica a pieno volume mentre i giocatori sono in ginocchio, in modo da coprire gli eventuali fischi. Ma perché i calciatori hanno diritto di manifestare, mentre gli spettatori no?

Altre interessanti considerazioni vanno fatte sui calciatori che hanno osato non inginocchiarsi. Tutti sono stati percepiti come possibili razzisti, o perlomeno insensibili al problema. Si ripete la storia quando ti mettevano l’etichetta di “fascista”, se non ti adeguavi al sistema di potere.

“Si tratta, ovviamente, di un’accusa risibile. É come dire che, siccome non si è manifestato in campo nemmeno contro la corruzione e il clientelismo, la pedofilia, la mafia, la pena di morte o la repressione della libertà di stampa, allora si è implicitamente a favore di tutte queste cose. Nei fatti il “razzismo” è il pretesto, buono oggi, ma perfettamente intercambiabile alla bisogna con tanti altri – che siano l’ambiente, il femminismo, il pacifismo, i diritti Lgbt, e così via. Non cause da affrontare nella loro reale dimensione e nella loro concretezza, ma bandiere al servizio dell’unico vero obiettivo di questa “nuova sinistra”, che è quello di prendere il totale controllo del “discorso pubblico”. Sembra di essere ritornati a quel clima plumbeo da “ghigliottina”, della Rivoluzione francese, e poi delle varie rivoluzioni ideologiche comuniste, dove il singolo era “costretto” al consenso, ad “applaudire”, il nuovo principe. Del resto, è quello che succede ancora oggi in Corea del Nord, in Cina.

Sta succedendo la stessa cosa con la nuova ideologia del Gender, con il Ddl Zan. In questo contesto di furore ideologico, ognuno di noi è costretto a conformarsi alla nuova ideologia, se non lo fai ti cancellano dai social come hanno fatto con me. Siamo costretti “ad indossare una maschera, a riconoscersi in una delle quattro sigle dell’acronimo Lgbt (andando avanti di questo passo, se ne aggiungeranno a centinaia) E chi rifiuta queste etichette va incontro all’emarginazione, come nei romanzi di Pirandello, dove il protagonista, una volta svelate le illusioni su cui si regge la società, non riesce più a tornare indietro”. (Lorenzo Gioli, I “nuovi diritti” per imporre una tirannia culturale, 29.6.21, atlanticoquotidiano.it). A volte sembra che si stia istituendo una tirannia dei diritti, se così fosse, tanto vale trasferirsi in Cina

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