20 Ottobre 2020

Quando eravamo poveri.

05-12-2015 20:40 - Il PUNTO DI....Domenico Bonvegna.
Mentre leggevo il libro di Giampaolo Pansa, "Poco o niente". Eravamo poveri. Torneremo poveri", Rizzoli (2011), mi chiedevo che utilità possa avere un testo dove si racconta per filo e per segno, la povertà più nera dei nostri nonni. Giampaolo Pansa è autore di numerosi saggi e romanzi di grande successo, soprattutto quelli autorevoli dove si racconta la guerra civile dalla parte dei vinti. Pansa è uno scrittore che scrive in maniera straordinaria che non ti fa stancare mai di leggerlo.

In questo saggio racconta la povertà dei nostri genitori e dei nostri nonni. E visto che anche noi siamo immersi in una grande crisi economica e finanziaria, che non sappiamo quando finisce e soprattutto quale futuro prospetta per i nostri figli, Pansa si chiede se per caso "Torneremo poveri come erano i nostri genitori e i nonni".
Lo scrittore casalese racconta la storia della propria famiglia a cominciare da quella di sua nonna Caterina Zaffiro, povera contadina, sposata con un altro contadino povero, rimasta vedova a 33 anni con sei bambini da sfamare. "E´ la sua vita tribolata - scrive Pansa - a farmi da guida nel racconto dell´Italia fra l´Ottocento e il Novecento".

Una società violenta di contadini poveri, schiavi nelle cascine.
Che cosa racconta in 343 pagine il noto giornalista di Libero? "Un mondo feroce, dove pochi ricchi comandavano, decidevano tutto e si godevano le figlie dei miserabili. I poveri erano tantissimi, venivano messi al lavoro da piccoli, poi l´ignoranza li spingeva a comportarsi da violenti". Peraltro questi poveri secondo Pansa si comportavano in maniera rozza anche con le loro stesse donne, facendole partorire in continuazione e magari talvolta costringendole a prostituirsi. Sembrano delle esagerazioni ma non è così. Pansa nel racconto fa riferimento alle campagne del Monferrato, in Piemonte, in particolare alla sua città natale, Casale Monferrato, chiamata "La città infernale", una descrizione impietosa dei quartieri e degli abitanti. "Una città di borghesi arroganti e superbi(...)non si accorgevano della presenza dei poveri, si mostravano freddi come il ghiaccio, attenti soltanto ai loro interessi". Forse l´unica nota positiva per Casale è la grande squadra di calcio, i nerostellati del grande Umberto Caligaris, che riuscirono a vincere il campionato 1913-14 nella finalissima contro la Lazio.

Nelle campagne in prevalenza lavoravano soltanto braccianti, spesso avventizi, a volte erano quasi schiavi della terra e soprattutto dei padroni. Nella società agricola di allora, "erano gli ultimi degli ultimi, con la fame in corpo e con pochissimi soldi in tasca". Dovevano provvedere a tutto, ogni mattina si presentavano sulla piazza del paese nella speranza di essere chiamati dal conduttore di un fondo o di un mediatore. Per Pansa possedevano una sola certezza, quella di non aver futuro. "Sia pure in modo confuso, i braccianti sapevano di essere condannati a una vita senza speranza, inchiodati alla miseria e all´ignoranza. Insieme alla moglie e ai figli che mettevano al mondo".

Per la verità in questo libro di Giampaolo Pansa, si intravede la sua formazione classista e di sinistra. Infatti, esagera a far prevalere una certa lettura storica della lotta di classe tra ricchi e poveri. In queste pagine descrive quasi sempre, una ineluttabile condizione della società contadina, che difficilmente riesce ad affrancarsi dalla morsa dei ricchi padroni.

Comunque sia la Storia viene vista sempre dalla parte dei poveri. In quell´epoca gli italiani da poco uniti dai Savoia, peraltro percepito da pochi, erano assediati da un´infinità di nemici, oltre la povertà, la fame, c´erano le malattie, le epidemie come il colera, e la malaria che falcidiavano migliaia di esseri umani, in particolare i più miseri. "Il tutto sullo sfondo di troppe guerre, concluse dal massacro del primo conflitto mondiale".

Non intendo presentare tutto il testo di Pansa ma voglio sottolineare alcuni aspetti come quello legato al mestiere più antico: la diffusa prostituzione di quegli anni. A questo proposito, rammento che anche Vittorio Messori ne parla nel suo saggio, "L´Italiano serio", quando racconta la vita nella Torino liberale del beato Fa´ di Bruno, ma anche lo stesso don Bosco e tutti gli altri santi sociali della Torino dell´Ottocento. Furono questi uomini di Dio che si piegarono sulle sofferenze degli ultimi e quindi delle povere ragazze di strada, per farli ritornare a una vita normale.

L´inutile strage dei contadini nella Grande guerra.
Infine vale la pena leggere attentamente i capitoli dove il giornalista descrive la grande mattanza della Grande Guerra, secondo lo storico Arrigo Serpieri, sono oltre 700 mila i morti, in stragrande maggioranza contadini, sia del Nord che del Sud.

"Fu allora che si consumò il massacro dei poveri in divisa, - scrive Pansa - vissuto anche da mio padre Ernesto, arruolato a 18 anni. Un macello destinato a concludersi con una contesa rabbiosa tra rossi e neri, chiusa con l´avvento del Fascismo".

Tutta gente che certamente non aveva voglia di combattere. "Tutti ritenevano di essere le vittime di una società ingiusta. Che dopo averli sfruttati nel lavoro sui campi, adesso li mandava a farsi uccidere in una guerra che non li riguardava. Capace soltanto di rendere più pesante la loro sfortuna. E quella delle loro famiglie. Avevano il terrore di rimanere feriti e invalidi. Oppure di morire, lasciando una vedova destinata a precipitare dalla povertà alla miseria". La paura più grande era di restare mutilati e non soltanto nelle braccia e nelle gambe, ma anche nella mente. Gli arruolati volontari furono appena 8 mila e venivano guardati come marziani. Gli interventisti, una minoranza, appartenevano alla borghesia contro la quale le plebi rurali nutrivano sentimenti di odio, di diffidenza e di freddezza.

Il libro descrive accuratamente il massacro dei contadini, una vera strage dei poveri. I fanti, quasi tutti contadini, si sentivano condannati a morte. "Del resto erano soltanto loro a dover vivere, tutti i giorni, nell´inferno della trincea". In pratica secondo Pansa era "la classe più contraria alla guerra e offriva alla patria il più alto contributo di sangue".

Poi finita la guerra, ritornati da reduci in patria, si ritrovarono più poveri di prima e per giunta scaricati da tutti. Nel maggio scorso hanno festeggiato i 100 anni dallo scoppio, un anniversario da dimenticare altro che festeggiare. Più ragionevolmente, è stata una guerra spaventosa e nefasta, senza alcuna giustificazione, inutile e dannosa anche per i motivi che ispirarono tutti i contendenti, la prima vera e propria guerra rivoluzionaria della storia, mondiale e totale.

Peraltro, il governo italiano e i poteri forti decidono di entrare in guerra, quando già conoscevano gli effetti disastrosi del conflitto: in soli dieci mesi, infatti, la guerra si era trasformata in "una guerra di trincea, che sacrificava milioni di giovani in una guerra che non assomigliava in nulla alle precedenti, che sarebbe durata a lungo e avrebbe coinvolto non soltanto i soldati ma tutta la popolazione". Pertanto non era soltanto l´inutile strage, come la definì mirabilmente e per sempre papa Benedetto XV il primo agosto 1917, "ma fu una strage che ebbe conseguenze devastanti anche per chi sopravvisse, contribuendo a cambiare il mondo in senso rivoluzionario, favorendo l´introduzione delle ideologie di massa, l´odio nella competizione politica, lo sradicamento dai principi che avevano tenuto insieme i Paesi europei per secoli. La stessa conquista della Russia da parte del partito bolscevico fu una diretta conseguenza della guerra, che così diede inizio alla lunga guerra civile europea fra due totalitarismi contrapposti, quello nazionalista e quello comunista". (Marco Invernizzi, "Grande guerra?", 24.5.15, comunitambrosiana.org)

Comunque sia il libro di Pansa, vale la pena leggerlo perché descrive la realtà dell´Italia di allora. A parte i capitoli dove vengono descritti le "conquiste" sessuali del tempo, non credo di esagerare, ma il saggio potrebbe essere letto nelle scuole italiane ai nostri studenti. Proprio perché la speranza di Pansa "è che la storia di Caterina e di suo figlio Ernesto rammenti ai giovani di oggi che il benessere non è una conquista definitiva. E può essere perduto. Le vicende narrate in ´Poco o niente´ non sono per nulla relegate in un tempo lontano. Ci riguardano da vicino, stanno ancora dentro le nostre esistenze e un giorno potrebbero bussare alla porta di ciascuno".

TAORMINA
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