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Quando e come devono intervenire il Papa e i Vescovi sulle questioni politiche.

26-02-2016 23:01 -

In questi giorni dopo la visita di Papa Francesco in Messico, l´ennesima conferenza stampa sull´aereo, ha destato una serie di accesi commenti e di critiche. Al punto che Riccardo Cascioli, direttore de LaNuovaBQ.it, si chiede se forse non è il caso di evitare queste conferenze, visto che le risposte del Papa vengono usate, abusate e spesso travisate dai giornalisti.

“Prima o poi a qualcuno dei grandi esperti di comunicazione che affollano il Vaticano verrà da chiedersi se le conferenze stampa del Papa in aereo siano davvero utili alla causa della Chiesa. Ogni volta puntualmente ci sono affermazioni che creano infinite polemiche che sui media sono destinate ad oscurare sia i contenuti del viaggio appena concluso sia altre affermazioni e spiegazioni nell´incontro con i giornalisti che sarebbero invece da incorniciare. Del resto la conferenza stampa non è mai ristretta ai contenuti del viaggio, le domande sono invece a 360 gradi e quindi si moltiplicano le possibilità di “incidente”. Anche perché la modalità informale dell’incontro e lo stile molto colloquiale di papa Francesco non facilitano la precisione nelle risposte su argomenti delicati o complessi”.

Vedremo cosa decideranno in Vaticano. Intanto sono utili e urgenti alcuni chiarimenti sulla questione. Mi sembrano chiarificatrici le riflessioni del professore Massimo Introvigne, apparse sul quotidiano Il Mattino. Pensavo di fare una sintesi ma vista la straordinaria importanza, é opportuno proporle integralmente.
“Interrogato ripetutamente dai giornalisti sull’aereo che lo riportava in Italia dal Messico sulla questione delle unioni omosessuali e sulla legge Cirinnà, Papa Francesco ha riposto che nel merito pensa quello che la Chiesa ha sempre detto» e «quello che è nel Catechismo della Chiesa Cattolica». Il Catechismo, pubblicato nel 1992 da Giovanni Paolo II e redatto nella parte che riguarda questi temi dall’allora cardinale Ratzinger, invita ad accogliere le persone omosessuali con «rispetto, compassione e delicatezza» ma nello stesso tempo considera il comportamento omosessuale oggettivamente «disordinato» e tale da non poter ottenere riconoscimenti giuridici che mettano in qualsiasi modo un rapporto di coppia fra persone dello stesso sesso sullo stesso piano del matrimonio.

Nel metodo, Francesco ha affermato che «il Papa non si immischia nella politica italiana. Nella prima riunione che ho avuto con i Vescovi [italiani], nel maggio2013, una delle tre cose che ho detto: “Con il governo italiano, arrangiatevi voi”. Perché il Papa è per tutti, e non può mettersi nella politica concreta, interna di un Paese: questo non è il ruolo del Papa». Né, ha aggiunto, i vescovi possono a loro volta sostituirsi ai laici e ai parlamentari. «Un parlamentare cattolico deve votare secondo la propria coscienza ben formata», «e dico “ben formata”, perché non è la coscienza del “quello che mi pare”».

Francesco ha fatto l’esempio del parlamentare cattolico argentino che diede il voto decisivo per far passare la legge sul matrimonio e le adozioni omosessuali preferendo seguire il suo partito piuttosto che «Bergoglio», che allora era arcivescovo di Buenos Aires, cioè la Chiesa, commentando che ecco, «questa non è coscienza ben formata!».

È facile prevedere che, in giornate di dibattito incandescente sulla legge Cirinnà, molti cercheranno di tirare il Papa per la giacchetta. Cerchiamo dunque di capire meglio il metodo e il merito. Quanto alla dottrina, il riferimento al Catechismo sarebbe sufficiente. Francesco insiste, e non è la prima volta, che su questi punti la sua posizione corrisponde a «quello che la Chiesa ha sempre detto», senza novità o rivoluzioni. Soltanto pochi giorni fa, il 12 febbraio, nella dichiarazione congiunta con il patriarca di Mosca Kirill, Francesco ha proposto al mondo un solenne documento dove si legge che «ortodossi e cattolici condividono la stessa concezione della famiglia e sono chiamati a testimoniare che essa è un cammino di santità, che testimonia la fedeltà degli sposi nelle loro relazioni reciproche».

«Ci rammarichiamo – prosegue il testo – che altre forme di convivenza siano ormai poste allo stesso livello di questa unione, mentre il concetto di paternità e di maternità come vocazione particolare dell’uomo e della donna nel matrimonio viene estromesso dalla coscienza pubblica». E nel Chiapas il Papa ha nuovamente tuonato, come aveva fatto anche nella visita a Napoli, contro le «colonizzazioni ideologiche» del gender e le «ideologie distruttrici della famiglia».

Vi è qualcosa di diverso rispetto ai predecessori, a Giovanni Paolo II e Benedetto XVI? Nel merito, no. Ma vi sono differenze di metodo. Francesco fin dai suoi primi interventi ha mostrato di dare grande importanza al metodo «sinodale» e a un’applicazione parzialmente nuova del principio di sussidiarietà. Non spetta al Papa intervenire sulle leggi nazionali, ma ai vescovi. Parafrasando quanto Francesco ha detto per i laici, potremmo dire che i vescovi non hanno più un Papa-pilota. Devono imparare a pilotarsi da soli.

Il Papa enuncia i principi, peraltro con grande chiarezza come si è visto anche nell’intervista in aereo a proposito dell’idea di fare abortire le donne incinte colpite dal virus Zika. «L’aborto, ha detto, non è un “male minore”. È un crimine. È fare fuori uno per salvare un altro. È quello che fa la mafia. È un crimine, è un male assoluto». Con uguale durezza ha condannato le proposte di Trump sulle deportazioni e i muri contro gli immigrati. È stato severissimo, perfino sprezzante con Trump sul piano delle idee. Ma ha precisato di non voler dare indicazioni elettorali.

Spetta ai vescovi tradurre sul piano delle leggi nazionali e dell’interazione con i governi le indicazioni di principio del Papa. Ma il principio di sussidiarietà vale anche per i vescovi, che devono lasciare ai laici le loro responsabilità. Privati del Papa-pilota, i presuli devono a loro volta rinunciare al ruolo di «vescovi-pilota», un’espressione coniata appunto da Papa Francesco.

Si tratta di un modello, almeno in parte e nella pratica, nuovo, anche se le indicazioni sulla sinodalità della Chiesa risalgono almeno a Paolo VI e quelle sull’autonomia dei laici al Vaticano II. Un certo clericalismo è duro a morire. Ma, proprio in tema di legge Cirinnà, le manifestazioni oceaniche del 20 giugno 2015 e 30 gennaio 2016 hanno mostrato che Francesco è più avanti di altri nel capire le dinamiche dei movimenti sociali contemporanei, che si autoconvocano senza bisogno di piloti. Il popolo del 20 giugno e del 30 gennaio non è stato convocato da vescovi-pilota e neppure da politici-pilota. Si è convocato da solo, e ha riempito le piazze. Un fatto nuovo, con cui tutti dovranno fare i conti”. (Massimo Introvigne, Stato e Chiesa: cambia il metodo, non il merito, 19.2.16 Il Mattino)